L’11 settembre di 16 anni fa, “quell’11 settembre”, mentre le Torri Gemelle crollavano in diretta tv, io non ne sapevo niente.

Mi stavo laureando in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Avrei scoperto del più grosso fatto della storia occidentale (dalla fine della seconda guerra mondiale) a giornata inoltrata.

La tesi di laurea, discussa con il professor Omar Calabrese (scomparso qualche anno fa), relatore il professor Giovanni Gozzini (quello che da assessore a Firenze avrebbe voluto mettere – ai Della Valle – il progetto dello stadio dove non batte il sole) aveva questo titolo: “Cenni di storia de La Gazzetta dello Sport”.

Mi ero letto tutti i giornali dal 3 aprile 1896 (era di colore verde, si chiamava “Il Ciclista e la Tripletta”) al 2001, fra Emeroteca del Forte Belvedere (cartacei, alcuni talmente incrostati che non si giravano le pagine) e Biblioteca Nazionale (in microfilm). Avevo un pc portatile che pesava più o meno 15 kg.

Era affascinante vedere il Paese che cambiava, raccontato sulle pagine di un quotidiano sportivo: la supremazia della scherma, del pugilato, del ciclismo. Poi il “deflagrare” del calcio, l’evoluzione dei motori.

Gli atleti “ardimentosi” e “sprezzanti del pericolo” di epoca fascista. Il ’68 presente solo nei capelli lunghi di qualche calciatore.

Ancor più giovane, a 20 anni, avevo iniziato scrivendo per Il Corriere di Firenze raccontando le partite della domenica sui campi chiantigiani. Erano i primi tempi delle email (spedirne una era un’impresa), le foto erano ancora su rullino.

Compravo quasi ogni giorno La Gazzetta, era di un color rosa intenso e senza altri colori.

Inchiostro in bianco e nero, direttore Candido Cannavò: qualche settimana dopo la laurea andai a portargliela di persona in via Solferino, dove c’erano l’una accanto all’altra le redazioni di Gazzetta e Corriere della Sera.

Arrivai tre ore prima, per aspettare andai in giro nei dintorni. Ricordo ancora un mercato rionale in cui c’erano le “sciure” milanesi a fare la spesa. Era freddo, avevano dei bei cappotti.

Cannavò mi regalò un cappellino nero con un G rosa di Gazzetta stampata sopra (mi viene ancora da sorridere ripensandoci).

Internet era agli inizi, i giornali online roba ancora di là da venire.

Sedici anni dopo, con due quotidiani online belli pimpanti, abbiamo “battezzato” il terzo.

Lo abbiamo presentato venerdì scorso SportChianti. Ci stiamo lavorando da pazzi con Gabriele Fredianelli e Lisa Baracchi.

E domenica sera, scrivendo e pubblicando le cronache delle partite chiantigiane, mi sono anche sentito…un po’ più giovane. Mi sono divertito.

Perché rimango sempre più convinto che se si fa informazione online con passione, metodo, con un progetto artigianale, serio, rigoroso, le soddisfazioni arrivano. E ci si diverte anche.

Matteo Pucci

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