Che cos’è un “asparagio”, anzi, per l’esattezza un asparago?

L’asparago che noi raccogliamo è il germoglio (detto turione) della pianta rustica e pioniera, asparagus acutifolius e tenuifolius, che cresce ai bordi dei boschi e dei campi. Le sue

proprietà sono moltissime: è ricco di vitamine C, A e B, diuretico, lassativo, sedativo cardiaco, depurativo. Dal sapore piacevolmente amarognolo, si usa in cucina per golosi sughetti, salse e frittate.

La tradizione regala all’asparago anche un notevole valore aggiunto attribuendogli proprietà afrodisiache. Sicuramente dedicarsi alla sua raccolta fa bene al fisico e alla psiche perché ci rimette in contatto con il nostro antico istinto di “sapiens raccoglitori”.

Come si raccoglie l’asparago?

Esistono due tecniche di raccolta. Se l’asparago è molto alto si coglie solo la punta tenera in modo tale che la pianta possa continuare a vivere e “spigare” dai getti laterali facendo fiori e semi.

Se il getto è piccolo si può estirpare dalla base facendo attenzione a non danneggiare la pianta madre che rimetterà un altro germoglio.

Quando si va in natura, che sia per cercare funghi, tartufi o asparagi, si entra un delicato ecosistema e dobbiamo fare molta attenzione a cosa si fa.

Purtroppo spesso, per la scarsa conoscenza che abbiamo in materia, non si pensa alle conseguenze delle nostre azioni. Ecco perché in molte regioni, come in Toscana, la raccolta è regolamentata in modo specifico.

Questo non perché vigili e forestali “si divertono a fare multe per pagarsi gli stipendi”, ma perché un regolamento aiuta a preservare gli ambienti naturali che sono “beni di rilevante interesse pubblico”.

Il primo lockdown 2020 passerà alla storia come “il periodo della panificazione”, il 2021 sarà forse ricordato come “l’inizio dell’estinzione degli asparagi”?

A scanso di equivoci e per evitare di fare la figura della bigotta, premetto che sono anche io una raccoglitrice, non solo di asparagi ma anche di erbe commestibili ed essenze con cui faccio olii essenziali, ma vorrei fare una riflessione e lanciare una provocazione su cui medito da un po’.

Qualche giorno fa ho sentito un buffo dialogo padre-figlio a caccia di asparagi. Il ragazzino: “Babbo, babbo, qui ce n’è uno ma gli manca la punta!”. Il babbo: “Prendilo lo stesso, vai!”.

Questo dialogo mi ha fatto sorridere e mi ha fatto anche riflettere molto, come tutte le foto dei folti mazzi di asparagi raccolti un po’ dappertutto e postati sui social come trofei.

Che poi, detto tra noi, c’è da chiedersi che cosa se ne fanno di tutti questi asparagi oltre a esibirli online? Li mettono nel congelatore per fare scorte per una eventuale guerra? Hanno bisogno di fare una drastica dieta diuretica fai da te in vista della prova costume?

Lancio una provocazione: le raccolte in natura possono essere uno specchio e una metafora della nostra società?

Un po’ come i buffet agli aperitivi e ai matrimoni che scatenano un famelico istinto: “vai, vai, piglia, piglia, è gratis!”.

Come accade con un asparago, con un fungo o con un riccio di mare, probabilmente questo egoistico comportamento è protagonista di molte delle nostre azioni quotidiane.

Tutto quello che trovo prendo, raccatto, accaparro, soprattutto quando le cose sono un bene comune che noi confondiamo col “gratis”.

La raccolta degli asparagi come dei funghi o dei tartufi e dei doni del bosco e del mare (quando non è fatta con regolamentati fini professionali), qualche volta non pare sia una sana e intelligente attività ludica ma bensì una vera e propria rapina che si tramuta in una competizione a fare il mazzo più grande o il cestino più pieno.

Il tutto riflettendo ben poco sul danno che si può fare e sul rispetto per ciò che ci circonda che dovremmo sempre avere.

D’altronde si dirà: “Tanto se non lo prendo io lo prende qualcun altro”. E allora quel ragazzino coglierà e porterà a casa un pezzo di legno immangiabile e utile solo a rinfoltire il mazzo per fare la foto, ma la pianta non germoglierà.

Chiaramente gli asparagi non si estingueranno ma tutto questo era per dire che come è una buona pratica raccogliere e mangiare i doni sani e buoni del bosco, lo è altrettanto lasciare sempre qualcosa alla natura perché ci possa regalare ancora i propri frutti.

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