GRASSINA (BAGNO A RIPOLI) – Un lancio fino ad 8,08 metri per portarsi a casa la medaglia d’oro: questa è stata la misura che è valsa il titolo italiano nel getto del peso categoria F64 al trentaquattrenne grassinese Pietro Sani, ai Campionati Italiani Paralimpici Assoluti FISPES che si sono svolti a Grosseto nei giorni scorsi.

Non solo un oro. Anche un bellissimo bronzo per Pietro nel lancio del disco, conquistati indossando la maglia della società Assi Giglio Rosso 1922 della quale è entrato a far parte.

Lo abbiamo raggiunto per chiedergli di raccontarci il suo percorso: “Voglio ringraziare il team di allenatori che mi seguono: Fabiana Carlomagno istruttrice FISPES, con cui mi interfaccio settimanalmente che si occupa della programmazione degli allenamenti. E il maestro di lanci Daniele Staderini che mi ha insegnato veramente a lanciare. Un grande maestro di lanci”.

“Oltre a loro due – aggiunge Pietro – Maria Puglisi è la dirigente che mi ha accolto inizialmente alla società Assi quando sono arrivato da loro, dopo aver girato per trovare informazioni su quale società mi avrebbe potuto allenare”.

“Mi disse che avevano già intrapreso un percorso per un altro ragazzo con un altro tipo di disabilità- ricorda – e mi avrebbe seguito una allenatrice formata e preparata. Lì mi sono trovato molto bene, gli allenamenti sono mediamente quattro alla settimana e l’agonismo contribuisce a creare affiatamento, come durante le trasferte per le gare”.

Pietro è arrivato all’atletica come un vero e proprio bisogno, in seguito all’amputazione di una parte della gamba e del piede sinistro dopo un incidente che lo ha visto coinvolto circa tre anni fa.

“Dopo tante operazioni subite – ci racconta ancora – asportazioni di muscoli e cicatrici fu automatico pensare che il corpo andasse mantenuto nel miglior modo possibile. Nel momento in cui presi la decisione di amputare avevo già maturato l’idea che successivamente sarei tornato a fare uno sport che mi piaceva e che avevo fatto da ragazzino, l’atletica”.

“Da subito dopo l’evento – spiega con convinzione – o dall’amputazione dovrebbe esserci una informazione accurata che ti mette a conoscenza di quello che potrai continuare a fare, per distogliere anche la mente che torna sempre a pensare a quello che invece non potrai fare più”.

“Invece non c’è informazione sufficiente in merito – ammette – Se conosci qualcuno ci vai a parlare, ma altrimenti è molto difficile arrivare a sapere e questo rischia di far restare nell’ombra chi può non avere i mezzi ne chi ti accompagna. A me venne l’idea di andare direttamente al CIP (Comitato Italiano Paralimpico) dove spiegai la mia situazione: avevo ancora il piede che non funzionava e mi dettero alcuni suggerimenti così iniziai a girare la Toscana per trovare una realtà paralimpica. Mi mossi da solo, con un po’ di logica e vari tentativi fino ad arrivare agli Assi finalmente”.

“Gli allenamenti sono iniziati fra gennaio febbraio 2026 – prosegue – All’inizio ero interessato a competere solo nelle gare di velocità: poi, nel tempo, ci siamo accorti che sarei andato meglio come lanciatore. Da Roma venne una persona della FISPES ad istruirci su cosa avremmo potuto fare, e sulle accortezze da tenere”.

“Ovviamente ci sono delle attività che non si possono svolgere – precisa – ma dopo che abbiamo preso confidenza con la nostra condizione diventa tutto più spontaneo, per quanto possibile. Ho provato a fare le prime competizioni a maggio e, nello stesso mese, mi sono qualificato per i campionati italiani”.

“Mi sono reso conto che per l’attività paralimpica Firenze non è molto inclusiva – evidenzia Pietro – Ci sono realtà molto belle come le Volpi Rosse della Menarini nel basket in carrozzina, ma si parla di professionisti, persone stipendiate che competono in un campionato di serie A. Si parla di un altro livello. Per le persone che possono volersi attivare per una pratica sportiva con dei percorsi di disabilità, anche non agonistica, Firenze è carente”.

“Io credo sia obbligatorio passare attraverso lo sport – afferma con grandissima convinzione – anche a livello non agonistico, in seguito a traumi di questo genere. Si creano dei meccanismi molto positivi per l’anima, il cervello e quando arrivi ad un certo risultato arrivi ad una soddisfazione che compensa degli sforzi e delle fatiche e la voglia di crescere aumenta. Questo ti porta a confrontarti con persone che hanno disabilità diverse, più amputazioni, gravi danni neurologici, paraplegie, tetraplegie e durante le competizioni vedi che gareggiano con uno spirito agonistico non secondo a nessuno”.

“E’ un’operazione irreversibile, certo – ci dice – ma ho rischiato molto di più, la vita, per conservare il mio piede anziché per tagliarlo. Anche all’ospedale il personale medico non ha una grande conoscenza su tutto ciò che c’è dopo un’amputazione: parlo per la mia esperienza ma, come me, anche altri ragazzi che ho conosciuto non hanno avuto informazioni su tutto quello che si può fare”.

“C’è veramente tutto un mondo dopo – conclude Pietro, che è davvero uno… tosto e da ascoltare con attenzione – A mio avviso dovrebbe essere presentato tutto. Una strada che puoi non percorrere ma esiste, e se vuoi puoi farla. Questo ci dovrebbero dire”.

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