la gioia grigionera (foto Centro Storico Lebowski)

FIRENZE – Il Lebowski farà ricorso per lo 0-3 a tavolino deciso dal giudice sportivo per la sfida col Foiano per lo scoppio di un petardo che avrebbe impedito a un assistente arbitrale di continuare la propria funzione.

Assistente costretto a uscire per lo scoppio di petardi, 0-3 a tavolino per il Lebowski contro il Foiano

L’unico precedente dei grigioneri è di oltre un decennio fa: “Il primo ricorso della nostra storia lo abbiamo fatto alla quinta giornata di campionato della nostra prima stagione, nell’ottobre del 2010. Un nostro giocatore aveva ricevuto una lunga squalifica che ci sembrava ingiusta. [… ] Da quel giorno non abbiamo mai più fatto un ricorso. Sono passate 16 stagioni precise, siamo sempre a ottobre” così ricorda la società in un lunghissimo post su facebbok.

“Non ci abbiamo mai riflettuto – prosegue – ma probabilmente non abbiamo mai fatto ricorsi per un innato senso di leggerezza rispetto a quanto avviene in campo. Perché istintivamente nessuno di noi ha voglia di attribuire troppo peso alla partita che è già passata. Dobbiamo confessare che anche questa volta stava andando così”.

Ma poi è scattato qualcosa: “Quando la comunicazione è girata tra le socie e i soci del Lebowski per essere tacitamente approvata, in molti hanno detto che fosse sbagliato stavolta non fare ricorso. Che in gioco ci fosse qualcosa di più importante di un risultato sportivo di inizio campionato. Così ne abbiamo discusso e abbiamo collettivamente deciso di usare questa decisione del giudice sportivo per chiamare il calcio dilettantistico a una riflessione”.

La riflessione si allarga: “Per avere tante persone che collaborano alla gestione del club è necessario curare i legami, garantire protagonismo e sviluppare un grande senso di appartenenza. E per fare questo serve divertirsi, stare bene. E servono anche i riti. Arriviamo quindi alla partita con il Foiano. Allo stadio c’era un migliaio di persone perché era una festa di tifo. Lo stadio era pieno di ultras che tifavano e anche di famiglie che hanno partecipato alla partita con grande entusiasmo e sicurezza. Questa cosa la sanno tutti, è evidente a tutti”.

“Il rito prevede anche spettacoli pirotecnici – prosegue il post – Esattamente come lo scoppio del carro il giorno di Pasqua o i fochi di San Giovanni. Tutti sanno perfettamente che l’accensione di petardi e di fumogeni non è fatto allo scopo di creare danni o incutere timore, ma di accompagnare fasi diverse dello spettacolo. Lo scoppio del petardo è avvenuto molto lontano dal terreno di gioco, nel retro della tribuna, a decine di metri dal campo, in modo sicuro e controllato. Lo sanno tutti, lo dimostra il fatto che nessuno spettatore è andato via intimorito o arrabbiato. Alla fine della partita c’erano più persone che all’inizio. E centinaia di persone vengono a vedere il Lebowski per la semplice verità che il tifo, con i suoi linguaggi, piace, coinvolge, attrae, identifica”.

“Questa consapevolezza appartiene anche all’arbitro – si specifica – Si può anche leggere sul referto di gara, dove non vi è alcuna menzione di un clima pericoloso. Lo stesso arbitro a fine partita ha chiesto di poter ricevere le foto del match, fornendo il suo indirizzo mail personale al dirigente del Lebowski e alla fotografa del Lebowski, commentando “voglio avere il ricordo di una atmosfera così emozionante e speciale. Non so se mi succederà di nuovo”. L’arbitro era dunque perfettamente consapevole del clima speciale e positivo che si respirava allo stadio. La sentenza del giudice sportivo invece scrive una cosa che riteniamo grave. Afferma che l’arbitro fosse consapevole di dover sospendere la partita e che non l’abbia fatto per ragioni di ordine pubblico, ossia immaginiamo per non far scattare la rabbia della folla schiumante pronta a invadere il campo e farlo a pezzi. Questo fatto, come detto, non emerge né dal referto arbitrale né dalle ulteriori dichiarazioni dell’arbitro richieste dal giudice, dunque è un puro pensiero del giudice sportivo”.

La sintesi: “Le parole del giudice sportivo fanno dunque concludere che la semplice presenza di una folta comunità alla partita possa essere ritenuta un problema di ordine pubblico, invece che un valore per l’evento e per lo sport dilettantistico (e la sua sostenibilità) in generale. La sentenza sembra dire che la presenza di tifo sia di per sé una latente minaccia all’ordine pubblico e non un obiettivo a cui il calcio dilettantistico dovrebbe tendere”.

“La realtà, che tutti sanno, è invece che l’arbitro ha ripreso la partita – si specifica – perché ha correttamente interpretato il malore del suo assistente al pari di un infortunio, in quanto esito di una reazione completamente soggettiva (e certamente rispettabile) a un evento privo di qualsiasi indice di pericolosità, che la giustizia sportiva punisce con una multa, non certo con l’alterazione del risultato sportivo”.

“Ci sembra che la sentenza crei un precedente che in un istante possa diventare incontrollabile – la spiegazione – Basterebbe un semplice un petardo o fumogeno ben lontano dal terreno di gioco per poter, assistente di gara, direttore o anche giocatore, dichiarare di avere un malore e creare un nesso causale che porta all’alterazione del risultato sportivo. Non c’è bisogno che si spieghi noi le potenzialità di manipolazione a disposizione di qualsivoglia finalità”.

“Ma, ben più importante – si dice ancora – lo scopo della nostra difesa è contrastare questa lettura lesiva nei confronti di quello che dovrebbe essere la principale fonte di risorse del calcio dilettantistico, ossia la passione della comunità. Ci rivolgiamo così alle nostre istituzioni federali: ma davvero questa è la vostra interpretazione? Ma davvero questo è lo sport che state promuovendo? Non credete che le regole debbano facilitare il protagonismo della comunità e il calore del pubblico, piuttosto che vederla come un pericolo incombente e da sanzionare a ogni occasione?”.

“L’ingiustizia che le persone hanno vissuto non è verso il risultato – è la conclusione – ma verso la possibilità di trasformare una cosa bella in un pericolo, una comunità con i suoi riti in tanti spettatori solitari, uno spazio di autorganizzazione e autonomia in un ennesimo deserto. Per questo abbiamo simbolicamente deciso di fare ricorso. È una lettura “politica” del mondo quella che la sentenza, consapevolmente o no, esprime e su questo tema abbiamo voglia di intervenire”.

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