CHIANTI FIORENTINO – Mesi strani per chi era abituato a giocare ogni domenica e ad allenarsi ogni giorno o quasi.

E questo periodo strano lo ha raccontato bene Fabrizio Innocenti, portiere del Lebowski, in una lettera-riflessione che ha voluto condividere con SportChianti e con i nostri lettori.

Ve la regaliamo così, in versione integrale.

“Caro pallone,

non mi manchi per nulla. Non meno di quanto io stia mancando a te, ma insomma…

In questo momento invidio relativamente anche coloro che ti calciano o maneggiano per mestiere. Si capisce che è una faccenda meccanica, in parte traviata dall’ineludibile Show must go on.

Noi dilettanti siamo stati messi alle corde un’altra volta, ma questo stop forzato è completamente diverso dal precedente, decretato lo scorso marzo. Non credo servano spiegazioni.

Se sia stato giusto avviare la nostra nuova stagione? Ammettiamo che sì, lo è stato. Essenzialmente per un motivo: il calcio è vita per tutti, soprattutto per chi non ci campa. E allora, assaporando il magro bicchiere mezzo pieno, mi consolo al pensiero che la situazione generale non ci stia rubando del tempo adesso, ma che ci abbia piuttosto regalato, intanto, due mesi di felicità.

Altro punto. Quello “di vista” del passionale Lele Adani. Il suo sfogo in favore della risanazione del calcio dilettantistico mi è piaciuto quanto una bella canzone in radio disturbata da una cattiva ricezione. Non dico che Adani mi abbia fatto tenerezza, che le sue parole mi siano apparse teatrali, circostanziali o chissà che. Dico soltanto che il suo intervento, in sostanza, mi sembra abbia fatto la fine del succitato brano radiofonico: è passato, ma in pochi si sono sforzati di ascoltarlo. Naturalmente spero di sbagliarmi o di essere prontamente smentito.

Innocenti con la maglia del Lebowski

Adesso ci rimettiamo al nostro destino.

Siamo tutti, o quasi, dell’idea che ripartire equivalga a due cose:

  1. giocare senza lo spettro di una nuova interruzione, perché un’altra falsa partenza comporterebbe fastidiose conseguenze su vari fronti (non ultimi quelli motivazionali);

2. consentire il libero accesso sugli spalti, perché, al di là di un danno gravoso agli introiti delle società, una partita di dilettanti a pubblico ridotto è come una donna attraente senza labbra.

È tutto qui. Il calcio, caro pallone, deve aspettare. Il mondo ci chiede di aspettare. Dunque diamo un senso a quest’attesa, di modo che anche la nostalgia possa recuperare al più presto i suoi connotati.

Una volta un mio compagno di squadra mi fece intendere: «Non amerai mai una cosa, finché non sarai disposto a odiarla, con moti di rigetto e rassegnazione». Alludeva a te, caro pallone.

Ma qui nessuno ti odia, perché, dopo averci donato negli anni qualche gioia e una mole multiforme di delusioni più o meno cicatrizzate, hai portato qualcuno a guardarti con leale indifferenza. A ignorarti a sommo studio. Forse perché non farlo, adesso, rappresenterebbe per questi “qualcuno” una mera forzatura.

Ci rivedremo, caro pallone, e quando sarà, sappi che… Anzi, no. Nessuna promessa. Meriti di meglio e poi, come diceva Hemingway ne Il vecchio e il mare: «Non lo disse ad alta voce perché sapeva che a dirle, le cose belle non succedono».

Ciao caro pallone,

da uno dei tanti”.

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