POGGIBONSI – Nel trentatreesimo anniversario della leggendaria partita del Renato Curi, l’U.S. Poggibonsi ha deciso di raccontare la storia di Giuliano Gambuzza interpellando direttamente l’ex attaccante giallorosso, tra i protagonisti della magica annata 1986-87.

E’ possibile diventare “indimenticabili” anche con una sola stagione vissuta in un certo ambiente.

E’ il caso di Giuliano Gambuzza, classe 1959, livornese, al Poggibonsi nel 1986-87 da attaccante in Interregionale girone F.

Uno dei beniamini dei tifosi assiepati sui vecchi gradoni del Tondo, è ancora oggi in qualche misura vicino ai colori. Il suo più sincero sostegno al Poggibonsi non manca in alcun caso. Soprattutto tramite i social network.

Allora, Gambuzza: un periodo di permanenza limitato e un affetto capace di resistere al trascorrere degli anni. Il segreto?

“Credo che per una spiegazione si debba tornare indietro di qualche mese rispetto al mio approdo in giallorosso”.

Cioè?

“Giocavo nel Pietrasanta e in occasione di una gara a Poggibonsi, il 2 febbraio 1986, capitò un calcio di punizione. Mi incaricai del tiro: una gran botta dalla distanza con il pallone respinto dai legni. I giallorossi vinsero quella partita, 2-1, ma la traversa della porta forse trema ancora. A difendere la rete dei Leoni, l’amico Graziano De Luca”.

E cosa c’entra quella sequenza con gli attestati di simpatia che continua a ricevere dai sostenitori giallorossi?

“Facile. Il celeberrimo coro tormentone dei tifosi, “Giuliano tira la bomba”, ebbe origine da quell’episodio che mi vide protagonista con la maglia avversaria. Quando giunsi al Poggibonsi i ragazzi dello stadio, nel ricordo della conclusione tanto potente del periodo del Pietrasanta, presero a incitarmi in quel modo particolare. Che non aveva alcunché di violento, figuriamoci! Era un’esortazione che dava la carica e che ancora oggi mi vedo rivolgere via Facebook dagli appassionati”.

Una domenica il colpo vincente partì davvero, con gran dispiacere del portiere avversario, il poggibonsese Cambi…

“Sì, il 15 febbraio 1987, in occasione del derby casalingo con la Colligiana. Eravamo sul parziale di 1-0 e maturò quasi nel finale l’occasione del calcio piazzato. Mi presentai sul punto di battuta, tirai verso la porta, dal lato del cancello di ingresso, e il pallone rimbalzò un po’ ovunque, ma terminò lo stesso nel sacco. La mia firma per il 2-0: era quello che contava davvero, nel pieno del testa a testa con il Gubbio”.

Torniamo un momento indietro. Il suo approdo in Valdelsa?

“Intanto una curiosità di tipo familiare: già mio zio, il difensore Piero Pasqualetti, aveva indossato la maglia giallorossa nel corso degli anni Cinquanta. Precisamente dal 1952 al 1955. Il Poggibonsi edizione 1986-87, con la presidenza di Alberto Secchi, era intenzionato ad allestire una formazione molto valida per l’Interregionale e scelse degli elementi di categoria. Dal Pietrasanta, oltre al sottoscritto, anche Stefano Lotti: con Stefano avevo trascorso due stagioni in biancoceleste. Nel luglio 1986, dunque, il via al ritiro a Casole d’Elsa con mister Vettori. Nella fase iniziale, pure un fuori programma”.

Ci racconti…

“Erano da poco cominciate le fatiche al vecchio campo sportivo casolese quando ricevetti la chiamata del Montevarchi allenato da Franco Melani, tecnico con trascorsi anche nel Poggibonsi. Suo fratello maggiore, Renzo, guidava allora la Lucchese, club con il quale avevo sostenuto un provino senza seguito: i rossoneri apparivano infatti abbastanza coperti nel settore offensivo con i vari Salvi, livornese come me ed ex amaranto, e Gabbriellini, che da ragazzino era approdato dal Pisa, in C, al Napoli. Dal canto suo il Montevarchi era iscritto all’Interregionale, ma avrebbe conosciuto, da lì a pochi giorni, il ripescaggio in C2. Gli obiettivi dei rossoblù del Valdarno per rinforzare l’attacco erano Guido Carboni, reduce da un paio di campionati nella Cerretese, e il sottoscritto. Risposi fermamente di no. Ero già d’accordo con il Poggibonsi e non intendevo certo cambiare casacca dopo aver dato la mia parola agli addetti ai lavori giallorossi!”.

Questo le fa onore. L’impatto con il collettivo dei Leoni?

“Trovai ragazzi eccezionali. Con De Luca, Di Prete e poi con Mattolini, già mio compagno di squadra nella Salernitana, formavo l’équipe degli esperti. De Luca e io svolgevamo perfino le mansioni di autisti dei pulmini, i vecchi Ford Transit, durante gli spostamenti nella preparazione estiva. E poi i tanti ventenni o giù di lì. Ripenso a tutti con affetto, Fabbri, Biagiotti, Tanini, Frescucci, Pistella, Cei, Signorini, Mirabelli, Casella, Malusci, Sabatini. E naturalmente, Stefano”.

Cosa le torna in mente di Stefano Lotti?

“Rammentavo in precedenza i due campionati nei quali era stato mio compagno nel Pietrasanta, dal 1984 al 1986. Un legame bellissimo che ci portò in pratica ad arrivare in coppia al Poggibonsi. Stefano offriva sempre il massimo e spronava di continuo gli altri a fare altrettanto per la causa. Potrei sottolineare ancora i viaggi in treno verso Poggibonsi, le prese in giro negli scompartimenti tra i pisani e i livornesi in giallorosso e tanti altri episodi. La morte di Stefano fu uno shock. Quando si verificò il dramma, il 28 febbraio 1988 durante la gara con la Tiberis, non ero più al Poggibonsi. Partecipai alle esequie, in lacrime, quel pomeriggio di martedì 1 Marzo a Madonna dell’Acqua insieme con gli amici della stagione precedente e con i numerosi sostenitori giunti in pullman”.

Un Poggibonsi dalle notevoli qualità, tecniche e umane…

“Direi semplicemente che in quel 1986-87 eravamo un gruppo, nel senso più autentico della parola. E il vero numero 1 dell’ambiente era a mio giudizio il massaggiatore, il carissimo Gigi Bindi. In estate ripetevamo spesso una frase: “Forse perderemo diverse partite, chissà, ma di sicuro ci divertiremo un sacco!”. Invece concludemmo le trenta giornate da imbattuti. Non conoscemmo sconfitte, tranne che allo spareggio per il salto in C2”.

Perugia, stadio Renato Curi, 17 maggio 1987: cosa rivede a distanza di decenni?

“Il calore della gente, una partecipazione da ben altre platee. Sul campo, purtroppo, andò male per effetto della rete subita al 113’ dal Gubbio. Entrai nella seconda frazione: potevamo chiuderla a nostro favore nei tempi regolamentari…”.

In quell’annata non mancarono i riti scaramantici, vero?

“Per esempio un particolare menu: la gallina lessa a pranzo prima di ogni partita. L’allenatore Uliano Vettori, poi, si vestiva sempre alla stessa maniera. E da parte mia, l’idea di farmi crescere la barba. Un bel repertorio, per salvaguardare la lunga serie di partite utili”.

All’inizio Gambuzza era titolare, per comporre coppia d’attacco con Pistella. Poi cosa accadde?

“Vorrei che si tenesse presente l’infortunio che subii in trasferta contro l’Assisiangelana, il 4 gennaio 1987. Fui costretto a uscire e a rimanere fuori per recuperare la condizione nelle giornate successive. Nel frattempo Vettori aveva individuato un altro assetto e così giocai un po’ di meno, partendo dalla panchina come nei match contro Castelfiorentino, Vadese, Città di Castello e appunto nello spareggio. Niente da ridire, ci mancherebbe: prima di tutto le esigenze della squadra. Eravamo in lotta per un traguardo importante”.

Lei non avrebbe vissuto la promozione del Poggibonsi nel 1988. Perché non rimase?

“Colpa di una normativa federale assurda, che consentiva solo a tre “over 25” di essere tesserati per l’Interregionale 1987-88. E il Poggibonsi aveva già De Luca, Di Prete e Mattolini, atleti con i quali la società aveva stipulato un’intesa biennale. Personalmente, invece, avevo un accordo annuale. E con me conobbe la stessa sorte un altro veterano, Massimo Mancini, che era arrivato in viale Marconi agli inizi del 1987. Senza quella regola, sono convinto, mister Vettori mi avrebbe tenuto nella rosa”.

E dopo Poggibonsi?

“Ho girovagato a livello dilettantistico, Sancascianese, Lamporecchio, Barberino di Mugello, Calenzano. Mi sono tolto anche alcune soddisfazioni, vincendo dei campionati. Ricordo con piacere un’amichevole contro la Fiorentina a San Casciano. Ero già intorno ai trenta, eppure mi sentivo quasi un ragazzino che non resisteva dalla voglia di giocare. Così detti spettacolo davanti ai viola di Sven Goran Eriksson, che avevano Baggio, Dunga e il povero Borgonovo”.

(A cura di Paolo Bartalini)

@RIPRODUZIONE RISERVATA