Andrea Serrau, sette anni di Lebowski e il cuore grigionero. “Il ricordo più bello? Una sconfitta”

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TAVARNUZZE (IMPRUNETA) – E’ tornato al “Nesi” la prima domenica in casa contro l’Urbino Taccola.

Ma da allora, dopo il suo addio alla panchina grigionera, Andrea Serrau non ce l’ha più fatta a vedere le partite del “suo” Lebowski: “La domenica mio figlio mi dice: babbo, andiamo alla partita. Ma io faccio fatica. Rivedere quelle facce, sentire quei cori, vedere la “mia” panchina, anche se adesso è affidata a un amico come Roberto Castorina di cui non sono assolutamente geloso: non ce la faccio proprio. Sono andato la prima volta perché sapevo che i tifosi avevano organizzato una coreografia bellissima. Ma per me è davvero dura andare, anche se seguo in diretta l’andamento della partita. Passerà, ma ora è così. È come vivere una separazione, fa male. E fa più male ancora non andare perché mi ritengo per prima cosa un tifoso del Lebowski. E anche se in queste settimane ho ricevuto messaggi, attenzioni e attestazioni di amicizia che mi hanno fatto piangere”.

Sette anni, dalla Terza Categoria alla Promozione. Un’avventura incredibile. Andrea, cosa è per te il Lebowski?

“Lo dico molto semplicemente: la più bella esperienza sportiva della mia vita. Quello che ti dà il Lebowski è qualcosa unico. Anche se è stressante e al tempo stesso ti chiede rinunce e ti porta via tanto tempo e tante energie. Qui si vive da professionisti in un mondo di dilettanti. Ed è bellissimo”.

Lo avresti mai detto all’inizio?

“Ricordo sempre i primi incontri con Zwingauer, Giudici e Guidi. Mi trovai davanti questi “ragazzini” che avevano le idee chiare e i progetti interessanti. Io dissi: riparto anche dalla Terza se il progetto è serio e se mi date carta bianca. Il progetto era di arrivare in Promozione in cinque anni. Ce ne abbiamo messi sei alla fine, direi che non è andata male”.

Cosa avevi visto in quei “ragazzini”?

“Avevo intravisto la potenzialità del progetto e le idee chiare. Tutte le società di calcio sono gestite da dirigenti anziani che comandano e decidono loro come vogliono. Questa società mi lasciò sorpreso. Poi con il passare dei mesi sono nate amicizie, come quella con Zwingauer che non ci potrà togliere mai nessuno. Stare nel Lebowski vuol dire avere in testa il Lebowski ogni momento, parlare, discutere, pensare a come migliorare ancora, grazie anche al grande lavoro di tutta la gente che sta intorno a questa realtà”.

Di cose infatti ne sono successe tante...

“Cinque anni fa sognavo di vedere dei bambini che giocassero a calcio indossando le nostre maglie e i nostri “toni” e adesso ci sono. Sapevo quando sarebbe stata importante la squadra Juniores ed è stata fatta. Ogni idea lanciata è stata realizzata. Quando lavori e vedi i frutti di quanto hai seminato è una bellissima soddisfazione”.

Tra i tanti campionati vinti, qual è il ricordo più bello?

“Ti dico la verità: non è una vittoria. Abbiamo vinto tanto e sarebbe anche difficile scegliere. È una sconfitta quella che mi porto dentro. Che vorrei rivivere anche con lo stesso risultato di allora, perdendo ancora. Contro la corazzata Roselle, che poi sarebbe arrivata in Eccellenza, in Coppa perdemmo 5-2 ai tempi della Terza Categoria. È stata la prima vera batosta per noi. Ma quella partita ci ha unito tanto. Da quella sconfitta siamo ripartiti ancora più incazzati e determinati di prima”.

E fuori dal campo, il ricordo più bello?

“Anche nel ricordo più bello c’è qualcosa di molto tragico. Il Lebowski è così. La scomparsa di “Bollo” è stato un momento drammatico ma nel contempo anche uno dei momenti che ti fanno dire: “Cazzo, questa è amicizia”. I tifosi in ogni partita ricordano Bollo e Gae, due di loro. Gae non ho avuto modo di conoscerlo. Ma Bollo sì, ed è diventato subito un amico. Quando è morto, ho vissuto lo stare insieme coi tifosi e gli amici, la veglia e tutto quanto: è stato qualcosa che mi ha segnato. Avevo 39 anni allora e ho capito davvero in quelle ore cosa siano l’amicizia e il senso di appartenenza, quale fosse il legame che stringeva il Lebowski e quel ragazzo di 24 anni. Qui è così: sono i momenti più tristi quelli che ti fanno sentire più uniti”.

Quanto ti è pesato rinunciare alla panchina?

“Io ho sempre pensato che gli allenatori contino solo una piccola percentuale in una squadra. Ma io quest’anno non ce la facevo, tra lavoro, problemi familiari, una separazione da affrontare, i figli da seguire. Se non hai la testa al cento per cento sul campo è giusto farsi da parte”.

Che idea ti sei fatto di questo primo anno di Promozione per il Lebowski?

“Io credo ancora che potremmo essere la matricola terribile del campionato. Abbiamo una rosa dal potenziale altissimo, abbiamo messo sotto squadre come Pieve Fosciana, Forcoli, Perignano. Con qualche punto in più saremmo a ridosso delle prime. E non dimentichiamo che ci mancano i tre punti di Albinia, per lo 0-3 a tavolino: ho sbagliato un cambio e anche lì è perché non c’ero al cento per cento con la concentrazione”.

Adesso al tuo posto c’è Roberto Castorina.

“Un paio d’anni fa avevo detto ai ragazzi che quando avessi smesso di allenare il Lebowski mi sarebbe piaciuto scegliere il mio successore. Avevo tre nomi in mente: tra questi c’era Roberto. Ci avevo giocato contro una volta: ci eravamo stretti la mano come succede ogni volta coi colleghi ma è uno dei pochi che mi aveva lasciato qualcosa. E chi lo aveva avuto come allenatore me ne ha sempre parlato bene. Mi sarebbe piaciuto lui come successore perché, al di là del curriculum da calciatore, è giovane, sincero e di cuore. E per stare al Lebowski c’è bisogno di tutte queste cose. Credo di non aver sbagliato. Dopo le dimissioni gli ho mandato un messaggio. Penso che sia rimasto sorpreso, ma mi ha detto che a quel punto era ancora più convinto di dire si sì. Penso sia la persona giusta per quella panchina. Poi al resto penseranno il Lebowski e i suoi tifosi”.

Tornerai ad allenare?

“Ancora ci devo pensare per bene. Perché è chiaro che se tornassi ad allenare non sarebbe al Lebowski e magari dovrei giocarci pure contro e al momento è un’idea che non posso nemmeno immaginare. Il problema è che dopo anni a mangiare aragosta non ti accontenti più della braciolina. Anche se non nego che, in futuro, magari mi piacerebbe un’esperienza nel calcio femminile, per fare qualcosa di completamente diverso. Ma per adesso è soltanto un pensiero”.

Gabriele Fredianelli