Un morto il giorno dopo Natale, i bu razzisti: ma, per favore, la Serie A non chiamatela più sport

323

A volte mi chiedo perché è da 15 anni che non vado in uno stadio a vedere una partita di campionato dei cosiddetti Professionisti (credo che l’ultima dal vivo fosse un Fiorentina-Cagliari, l’anno della B: giocava sempre Zola…) e perché non ho mai speso un euro per una partita in tv.

A volte la risposta è decisamente banale, in giorni come questi: quando la sera prima un tifoso è stato ammazzato e c’è gente che ancora va allo stadio a fare bu ai giocatori avversari con la pelle più scura degli altri.

Nulla è cambiato e nulla cambierà. Sabato si giocherà regolarmente e i bu spariranno per una settimana e poi riprenderanno come sempre.

Per questo, da innamorato perso del calcio da quando sono capace di intendere e di volere, da oltre vent’anni mi tengo stretti la Prima e la Seconda Categoria e tutti i sport cosiddetti minori. Quelli capaci di appassionarti ancora per un gol davanti a venti persone o per un secondo in meno registrato sotto la pioggia battente.

Quelli che anche qui, su SportChianti, proviamo a raccontare ogni giorno.

Non perché questi siano mondi perfetti, ma semplicemente perché perlomeno fanno un po’ meno schifo degli altri.

Ma non scrivo per amore di retorica oggi. Scrivo per un’altra riflessione.

In un periodo in cui i rapporti tra Governo e Coni paiono decisamente complicati e si rischia un pericoloso giro di vite sui finanziamenti pubblici allo sport, scene come quelle di ieri – roncole sui prati intorno alla stadio, gente che ha in squadra Asamoah e che ulula a Coulibaly (ci vorrebbe un po’ di coerenza anche nella coglioneria) – mi fanno girare ancora di più alle scatole.

Perché da un lato trovo assurdo che lo Sport (con la maiuscola), cui la società di oggi ha demandato tante altre funzioni (in sostituzione della famiglia, della scuola, delle altre istituzioni tradizionali), debba per forza continuare ad andare avanti solo ed esclusivamente col volontariato, perché in fondo non genera businnes, e con un volontariato ogni anno complicato sempre più da regole e obblighi burocratici e fiscali.

E dall’altro però trovo anche assurdo, di fronte a certe immagini, chiedere allo Stato di finanziare a tambur battente lo sport (stavolta con la minuscola) se ha come spot principale la Serie A: dove si può morire andando allo stadio il giorno dopo Natale e dove si ulula a un giocatore avversario come nemmeno nel Medioevo.

Se lo Sport deve avere (anche) valore educativo sulle giovani generazioni, ecco che allora avete sbagliato canale.

Ma la risposta a queste apperenti incoerenze è forse semplicemente un’altra: il calcio della Serie A, da tempo, non è più uno sport. È qualcos’altro. Chiamatelo spettacolo, se volete. Ma non chiamatelo sport. Lo Sport è un’altra cosa.

Gabriele Fredianelli